Il sibilo dello zafferano di Dalila Hiaoui è un libro composto su pagine di sabbia.
Ha dentro, tra parole incastonate sul bianco come gemme preziose e profumate come spezie, un orgoglio antico che viene da lontano e che affonda la sua corsa verso il sole alto della tarda mattina, in radici robuste e ferme, sagge e vitali.

Guarda al futuro la penna di Dalila Hiaoui, eppure non smette mai, nemmeno per un secondo, di tornare al passato. È espressione di un’individualità potente e orgogliosa, eppure si riconosce nella semplicità del sentire della sua gente con profondo senso di appartenenza. È occidentale nel suo tuffarsi nel presente con viva ansia di domani, ma profuma di Marocco e si porta dentro i sapori e i saperi di una memoria collettiva che le viene da lontano, nel ricordo condiviso delle genti.
Come il libro, in fondo, datoci alle stampe da Volturnia edizioni,  che si legge in due diverse direzioni con la fronte e lo sguardo italiani (nella lingua appresa e poi amata della terra che la ospita tuttora) e con la schiena dritta di chi conosce la fatica, ma non per questo si piega, in arabo (nella lingua amata e poi re-imparata grazie alla distanza di chi ha scelto altri porti per una vita nuova).

Dell’Africa questa poesia si porta il senso che orienta ogni decisione. La terra natia, con le sue tradizioni e il suo sentire, è la bussola che indica la direzione del cammino e dà certezza della posizione occupata nell’oggi. È identitaria e dice chi sono e cosa voglio essere senza cadere nelle fondamenta argillose di una tradizione ferma e stantia che soffoca ogni io nelle maschere della convenzione. Dichiara una provenienza per santificare il senso di una destinazione, senza la necessità di un ritorno perché è casa ovunque vado se sono stato capace di costruirmela nel cuore.

Se c’è nostalgia, nelle liriche di Dalila Hiaoui, non per questo c’è rimpianto. Se c’è abbandono non per questo c’è compianto. Se la vita ha portato ferite all’orgoglio della poetessa, non per questo l’ha domato e, anzi, ogni lirica è il rinnovarsi di una battaglia per dire e dirsi, pur tra lacrime di rabbia e di dolore, perché il silenzio sarebbe peggio della morte.

Nel nome del tuo Dio
Aspetti veramente
Che io tessa il sudario con un filo medio-orientale
E lo tinga con l’occhio prosciugato dalla pena
Dei petali di asfodelo
E narciso.

Si interroga e ci interroga Dalila Hiaoui, per poi proseguire poco più avanti:

Scusami,
Mi dispiace signore,
Le anime della mia gente
Non possono essere rinchiuse
In nessun otre
Nonostante il suo stile.

Non possono essere rinchiuse le ali della poesia, ci dice Dalila Hiaoui. Non c’è gabbia che possa contenere lo slancio dell’io lirico che supera in volata l’aspetto meramente autobiografico e definisce con chiarezza la necessità di una definizione personale. Le poesie diventano così laboratorio di una personale ri-composizione identitaria. Si interrogano su cosa voglia dire essere araba e cosa voglia dire essere diventata italiana. E ancora di più si chiedono cosa voglia dire essere donna, oggi. Essere donna nel contesto di una tradizione millenaria che a torto si chiude nella visione manichea del post 11 settembre del Burqa o dell’Hijab (una visione recentemente annullata dall’incubo coronavirus che ha azzerato i temi del dibattito pubblico). Ma anche essere donna nel contesto italiano e, a latere, occidentale. E quindi essere, senza limitazioni di genere o di numero: condizione imprescindibile del poetare.

io sono un lapislazzulo
Che copre, da tempo immemorabile,
Le onde che si combattono
Nel Mediterraneo.

Sono il faro più antico
Che illumina le conchiglie
Nel profondo Atlantico.
Sono la palma
Che ogni alba pettina le sue fronde
Con la neve dell’Atlante.
Sono l’icona della poesia
E, si dice, dei racconti.
L’incensiere e il sandalo
Di ogni salotto.

Perché quello che l’autrice canta a chiare lettere, in suoni che la visione dell’originale arabo lascia indovinare come arcane suggestioni melismatiche, è che la poesia ha bisogno di una chiarezza interiore. Ha bisogno che l’io lirico accenda un lume nel chiuso della coscienza per illuminare i passi più nascosti della propria biografia. E le parole vanno a scolpire questo bisogno di chiarezza togliendo il superfluo dall’atto comunicativo per lasciarlo pietra preziosa. Un faro, appunto che illumina conchiglie, ma nel profondo del mare, laddove la luce non arriva e restano appena gli echi dei viaggi che uniscono una costa all’altra nel gioco capriccioso delle onde.

La poesia diviene quindi strumento per una vera e propria epifania dell’Io. È luogo di incontri con i poeti del passato e del presente che si incontrano sui lidi di una stessa sfida al Tempo, ma anche riflessione serena e accorata al tempo stesso dei propri limiti:

Sono davvero gelosa di Al-Mutanabbi
Perché la mia poesia
Non ha massacrato i mascalzoni della mia epoca
E non ha esortato al garbo
gli abitanti della baracca o del castello
Sono davvero gelosa di Al-Mutanabbi.

Ma sarà poi vero che la poesia di Dalila Hiaoui non abbia massacrato i mascalzoni di quest’epoca? Certo è che, nel suo essere divisa tra due mondi, riuscendo ad essere di casa in entrambi perché in ciascuno riesce nel miracolo di essere sé stessa, la poetessa è riuscita a trovare parole convincenti sia per apostrofare l’abitudine tutta occidentale di commuoversi a intermittenza per le tragedie dell’altro mondo:

I vostri gemiti sono diventati solo un fiammifero
Per legna da ardere.

sia per la propria terra madre:

La ricchezza delle voci del nostro Marocco
È incomprensibile,
Per l’ignoranza degli irragionevoli
Siamo stati i protettori della religione
e lo siamo ancora…
Custodi della memoria del Corano
Custodi con i nostri cuori
Non come pappagalli…


Autore: Dalila Hiaoui
TitoloIl sibilo dello zafferano
Editore: Volturnia
Collana: La stanza del poeta
Dati: 160 pag., brossurato con alette
Anno: 2019
Prezzo: 14,00 €
Isbn: 883133901X