It

La costruzione narrativa di It, romanzo fiume di Stephen King da più parti additato con qualche eccesso di esemplificazione come il suo capolavoro, è dettata da un disperato bisogno di sfondare i limiti della narrazione di genere in cerca di una perfezione giammai raggiunta né raggiungibile.
Ruotando intorno ai poli di sette personaggi esemplari, il libro si riverbera nella coscienza del lettore come un poliedro che proietta al muro le rifrazioni del raggio di luce che il narratore con calcolo spietato lascia filtrare dal buio chiuso delle sue paure e dei suoi ricordi.
Al tempo stesso, mentre il racconto circonda l’innominabile visto da sette angolature diverse (a altre se ne aggiungono in corso di racconto per essere presto abbandonate: meri binari morti che per un momento illuminano altre prospettive possibili), due diversi piani temporali si incrociano, si mischiano, si riarticolano in una complessità a stento trattenuta.

It, il romanzo, non è un racconto, è una struttura che circonda e sostiene il suo stesso senso ultimo che resta nel non detto, nel non dicibile, nel provvisorio e nel momentaneo.
It è operazione a suo modo suicida perché mette a parole l’insensatezza della paura senza privarla della sua aura conturbante. Essa balugina tra le pareti del poliedro, respira nelle immagini tormentose, ma non è raggiungibile mai. Quando la nomini, quando la rendi cosa ecco che essa scivola nella sfera del cosciente e diventa innocua.
Pensateci un momento: un clown che spunta fuori da una fogna è istintivamente ridicolo se lo si mette a parole in termini brutali. Diventa emblema di paura solo se ci si accorge che non è la luna, ma l’indice che orienta la nostra osservazione. Allo stesso modo i fantasmi dei bambini morti che terrorizzano Stanley o l’uccello gigante che terrorizza Mike sono idee balzane di per sé, quando le se guarda con l’occhio razionale dell’adulto, ma sono emblema di quella paura che ci prende quando di notte un suono ci strappa dal sonno e ci lascia di fronte al ricordo della nostra piccolezza nel creato.
Per questo l’immagine finale di It, quella vera, è un sublime negato. Chi va più vicino a quell’immagine ultima, come Stanley, è destinato a solo un precario ritorno nel mondo dei vivi.

Il paradosso di It, rispetto agli altri libri di King, è che pur nella sua immensa dimensione cinematica (mai suo libro è stato così pieno di immagini e brandelli di immaginario), soffre della trasposizione in fotogrammi. La paura che balugina nelle parole del narrato, nel momento in cui diventa immagine perde la sua aura conturbante, si riduce al nulla di fatto.

Fare It al cinema è, dolorosamente, tradirlo a prescindere.
E allora, tradimento per tradimento, non sarebbe stato forse meglio andare in cerca di altro tra le pagine del romanzo?
La trasposizione pura e semplice, soprattutto laddove perde il senso della struttura adamantina del narrato, che già sulla pagina soffre di un eccesso di spiegazione soprattutto nelle ultime pagine, diventa tristemente vuota.

Come vuota è l’operazione portata avanti da Andrés Muschietti che, nel desiderio di fare peggio in cerca di un’impossibile fedeltà, rinuncia anche alla struttura polifonica e livella il racconto su un solo presente che è gli anni ’80 del libro che vanno ad ospitare invece i fatti del 1958.
Persa per strada la dimensione conturbante del reciproco riflettersi dei ricordi d’infanzia con i fatti adulti, il film trattiene a stento la complessità dei personaggi che diventano più accessori (Mike, quasi una comparsa) o più calcati (Stanley da ebreo poco praticante a figlio di un rabbino con conseguente bisogno di sottolineature del suo retaggio culturale).
Sin qui niente di grave, in fondo. Si rientra nella libertà di un autore di riscrivere su un testo dato. Non fosse, però, il fatto che questa reinvenzione non arricchisce le possibilità del narrato, ma lo rallenta, lo sfilaccia. Perché nelle due ore e passa concesse al film, non potendo dire tutto, Muschietti sceglie la strada di dire di tutto un po’. Quel tanto che basta per dare al suo film due direzioni: il romanzo di formazione alla Stand by me (che pure c’era in It) e l’horror puro e semplice (che per It non era punto di arrivo, ma di partenza).
E se la prima strada convince poco perché la dimensione corale impedisce a ogni personaggio di avere un suo percorso delineato chiaramente (almeno la mini serie eleggeva con più chiarezza Bill come eroe anche per le potenziali implicazioni autobiografiche connesse), la seconda mettendo in immagini la paura non trova strada migliore che quella del film di genere laddove il romanzo era una palese sfida alle convenzioni.

Un It messo in scena come un Saw qualsiasi, per quanto prenda allo stomaco con i soliti mezzucci dell’horror oggi più di moda (scene a soprassalto, atmosfere calibrate, accorto uso del sonoro e delle musiche) è decisamente poco perturbante. Lascia il tempo che trova, malgrado la campagna mediatica che ci impone di guardarlo come il film più terrorizzante di tutti i tempi (il danno prodotto dai social nella promozione dei film sarà cosa da valutare con più attenzione nell’immediato futuro).
Allo stesso modo il ritratto degli anni ’80, fortunosamente salvo da ogni effetto nostalgia, è operazione più modaiola che sensata.

Se qualcosa di buono c’è in It, al di là del pregio di una confezione che suona meglio in lingua originale dove sa essere più genuinamente spaventoso, quindi è da cercarsi soprattutto nel comparto delle maestranze e soprattutto nella scelta degli attori.
Raramente capita di vedere un cast così perfettamente affiato e tutto composto da giovanissime promesse. I ragazzi del film sono davvero uno più bravo dell’altro e riescono a ritagliarsi accenti personalissimi nella definizione dei rispettivi personaggi dalla vulnerabilità dolorosa del leader Bill (Jaeden Lieberher) all’incredulità terrorizzata di Stan (Wyatt Oleff, forse il più bravo) alle paure adolescenziali in femminile di Beverly (Sophia Lillis) all’ipocondria indotta da ansie materne di Eddie (Jack Dylan Grazer) sino allo spaventossimo Clown di (Bill Skarsgård) che non fa rimpiangere il Tim Curry della miniserie di Tommy Lee Wallace pur perdendo per strada gli arpeggi da fiera e sagra americana che erano uno dei più genuini motivi di ambiguità del personaggio.
Insomma, il film si lascia vedere anche con qualche genuino spavento, ma tende ad essere per la maggior parte del suo tempo poco più che lettera morta.


(It); Regia: Andrés Muschietti; sceneggiatura: Chase Palmer, Cary Fukunaga, Gary Dauberman; fotografia: Chung-hoon Chung; montaggio: Jason Ballantine; musica: Benjamin Wallfisch; interpreti: Jaeden Lieberher (William “Bill” Denbrough), Bill Skarsgård (Pennywise/It), Wyatt Oleff (Stanley “Stan” Uris), Jeremy Ray (Benjamin “Ben” Hanscom), Sophia Lillis (Beverly “Bev” Marsh), Finn Wolfhard (Richard “Richie” Tozier), Jack Dylan Grazer (Edward “Eddie” Kaspbrak), Chosen Jacobs (Michael “Mike” Hanlon), Jackson Robert Scott (George “Georgie” Denbrough), Nicholas Hamilton (Henry Bowers), Owen Teague (Patrick Hocjstetter), Logan Thompson (Victor “Vic” Criss); produzione: Warner Bros. Pictures, New Line Cinema, Vertigo Entertainment, KatzSmith Productions, Lin Pictures; distribuzione: Warner Bros. Pictures; origine: USA, 2017; durata: 135’

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