La Critica su “Come seme sotto raffiche d’inverno”

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E il senso di raccontare oggi eventi in tutto e per tutto simili a quanto non solo la nostra letteratura, ma anche il nostro cinema ha saputo vividamente illustrare nel lungo periodo altalenante tra il bianco e nero e il colore, non risiede soltanto nella necessità di recuperare un ricordo sbiadito dalle tante celebrazioni che sulle generazioni più giovani producono forse l’effetto di ottunderlo più che tenerlo acceso e vivo; ma anche, e forse soprattutto, di far scattare l’automatismo della comparazione con quanto si vede riportato in rete o dai notiziari della televisione, e riconoscere nei volti segnati dallo spavento dei bambini, nelle lacrime di una madre con il figlio morto sulle ginocchia, negli scheletri delle città rase al suolo, nella follia dei gesti insensati degli invasati pronti a morire in nome di un’idea spacciata per credo religioso che nega la vita invece di esaltarla nell’amore e nella pace, gli stessi personaggi che popolano le pagine di Izzi, trascinati poco più di mezzo secolo fa in un identico baratro di universale, insensata follia.
Anton Giulio Onofri

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