Luigi Musolino: Oscure regioni (2 voll.)

Che l’Italia possa essere patria di mostruosità varie non è una novità in ambito letterario.Eppure la realtà solare della nostra penisola, immersa com’è nel verde, culla di biodiversità impressionanti, e composta da una congerie di piccoli borghi che sfidano il paesaggio è talmente radicata nel pensiero collettivo che immaginare fosche atmosfere horror tra le contrade del nostro vivere sempre più inurbato ha un che di stonato.

E poco hanno potuto i vari Mario Bava o Dario Argento (per citare i due nomi forse più esportati di un cinema di genere altrimenti assai poco frequentato) nel tentativo di invertire la tendenza perché l’horror in sala qui da noi non è durato più di una stagione e sulla carta stampata è stato probabilmente anche peggio.
Così, dopo i fasti del miglior gotico italiano che si è mosso tra i vampiri di Freda e il primo Bava e dopo le visioni quasi psichedeliche del miglior Argento che davvero rappresenta un unicum, anche se Fulci un poco gli somiglia, su pellicola di horror italiano ce n’è relativamente poco (e un po’ di più ai tempi del VHS quando si registrò un abbattimento significativo dei costi, che coincise troppo spesso con un impoverimento di truccherie varie a sommo decremento della qualità).

In narrativa le cose vanno forse anche peggio perché in Italia, almeno fino a qualche anno fa, magari un film ce lo si vedeva pure, ma un libro chi se lo compra veramente? E un horror poi? Chi riesce a immaginarne ambientato nella calura di Catania? Meglio magari in un borghetto vecchio e stretto che almeno un po’ di medioevo ce l’ha di suo.

Ragion per cui ci si incuriosisce subito quando si legge del progetto di Luigi Musolino: venti racconti fantastici, inclini quanto più possibile all’horror. Uno per ogni regione d’Italia. E tutti fondati su un ricco lavoro di documentazione, con riferimenti a leggende popolari e folklore che in Italia c’è davvero e mica le chiacchiere!

Nasce così Oscure regioni: una silloge di venti racconti divisi, per stare dentro a libri snelli e non troppo impegnativi, in due volumi.
Il primo raccoglie racconti ambientati prevalentemente nel sud Italia, il secondo nel nord.

Si capisce si da subito che, per Musolino, la possibilità di girare per la penisola a caccia di storie inaspettate e sorprendenti è prima di tutto un’ottima scusa per lavorare su diverse coniugazioni del genere. Ecco, allora, che l’ibridazione prende per mano il gioco e la narrazione ricerca una varietà che è prima di tutto bisogno di tenere desta l’attenzione del lettore.
In questo modo ‘O Mammone (l’episodio campano) si gioca le sue carte (in tutti i sensi: leggere per capire!) pescando a piene mani in un’immaginario camorristico assai cinematico, mentre Sibillini occhi d’avorio (siamo nelle Marche in quello che, per inciso è uno dei racconti più suggestivi) flirta col soprannaturale mischiandolo con le cronache dolenti di bambini sperduti nei boschi. E se Crustumium, La profondata riesce a mettere in campo una narrazione alla Lovecraft in quel dell’Emilia Romagna, nel mare antistante Cattolica che diventa incredibile ricettacolo di divinità precristiane, Smeraldo (siamo in Veneto) sfiora addirittura la fantascienza mettendo in scena un Mostro della Laguna Nera proveniente da altri mondi.

Il gioco sui generi che vivifica e ribalta prospettive impedendo l’impressione di déjà-vu anche laddove si potrebbero incontrare similarità tematiche (l’abbondare di mostri delle cisterne per i racconti del sud, ad esempio) diventa però ben presto possibilità di una ricerca anche linguistica che rappresenta probabilmente l’aspetto più interessante dei due volumi e che diventa particolarmente consapevole nel secondo, quello che ha goduto, presumibilmente, di un maggiore spazio di elaborazione (in esso sono contenuti, infatti anche i racconti di maggior estensione). E non è improbabile che abbia giocato a favore di questi racconti l’ambientazione nordica, assai più vicina al vissuto dell’autore che è di Torino.
In Les Abominations des Altitudes, ad esempio (siamo in Valle D’Aosta) il riferimento alla parlata locale, unito al ricorso a citazioni francesi (nel racconto si parte dal ritrovamento di un diario di un escursionista francese che precede i protagonisti sulla china orrorifica in cui sprofonderemo tutti) permette un interessante lavoro sulla prosa che si arricchisce, qui più che altrove, di un registro linguistico d’improvviso “aguzzo” e di costrutti più complessi e ricchi di subordinate quasi che l’asperità del paesaggio che ospita il racconto si riverberi in qualche misura anche sullo stile e la scrittura.
E se l’ordito di Smeraldo si arricchisce di squisiti momenti dialettali, arrivando a quasi a scomporsi nel finale in perfetta sintonia con il lento dissolversi della consapevolezza dell’io narrante, la curata costruzione quasi gialla di Nato con la camicia (Friuli) si permette di lavorare su un continuo cambio di focalizzazione narrativa assai più riuscito di quello sperimentato nel già citato O’ Mammone.

Tutti racconti che potrebbero ambire a trovare una trasposizione cinematografica, dotati come sono di un loro specifico senso di cinema. Anzi, quello che probabilmente ha il sapore più inaspettatamente argentiano è Febbre (Lazio, nel frusinate) con l’improvvisa irruzione dell’irrazionale nel quotidiano che ricorda davvero certi bruschi salti logici del regista di Suspiria) e che, per chi scrive, è uno dei racconti più puliti nel suo spirito quasi barkeriano.

Ovviamente non tutti i racconti risultano ugualmente convincenti. Nelle antologie è giocoforza che un racconto paia più ispirato o più convincente di altri (Intersezioni, ad esempio), eppure il risultato complessivo è decisamente piacevole e a tratti davvero avvincente. Insomma: una lettura che davvero vale la pena!

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