Oscar alla lezione

Cosa vuol dire fare cinema? Quali meccanismi comunicativi si mettono in moto quando si deve scegliere la giusta inquadratura? Come fare a capire cosa deve stare in campo e cosa è invece meglio che resti fuori, nel non detto che comunque preme intorno ai confini dell’inquadratura?
In barba ai troppi discorsi teorici che circondano il mero gesto del fare film, Fulvio Wetzl sembra suggerire alla sua classe di studenti (Oscar alla lezione, che porta la firma di Marco Serra Degani è, in effetti, il racconto della realizzazione di un ambizioso prodotto di un laboratorio universitario) che prima di tutto conta l’istinto.
Filmare è quindi un gesto intellettuale che si confronta col caso e lo accoglie, se ne imbeve e lo restituisce al pubblico con gesto d’umiltà. Nel gestire lo spazio della narrazione il regista non deve essere un rigido controllore che fornisce indicazioni precise (alla Hitchcock, verrebbe da dire, ma anche alla Kubrick, autori il cui magistero non è qui certo messo in discussione). Piuttosto egli è un maieuta che accetta la possibilità che l’interprete trovi la sua strada al personaggio e che apporti al risultato complessivo una verità che non necessariamente era già scritta in sceneggiatura. Di qui anche l’importanza delle riflessioni che Ivano Marescotti, altro docente del corso, regala agli attori sulle parole di Da Ponte e Beaumarchais intorno al Cherubino tra teatro e Mozart. Riflessioni donate in un generoso sottotono per meglio adeguarsi a un contesto interpretativo non ancora professionale.
Oscar alla lezione comincia così su un doppio binario intrigante: da una parte il giallo del doppelgänger (Oscar, conosciuto da Carlo su Facebook, esiste veramente ed è un suo sosia o è solo un profilo fake dietro cui si nasconde chissà chi?) e la visione apparentemente svagata di un Rohmer in vena di racconti morali dalle parti della pianura padana.
Di qui le citazioni da De Palma (la colonna sonora di Dressed to kill sopra un’innocente scena di shopping nel reparto abbigliamento di un supermercato) e i continui dialoghi a due o a tre che rappresentano anche esercizi di messa in immagine di situazioni ai confini del banale.
Nel doppio gioco si consumano le parti migliori di Oscar alla lezione che, fosse una semplice dimostrazione di lavoro sarebbe anche troppo, mentre come film è un po’ troppo poco.
Troppo poco perché alle eccellenti intenzioni di partenza non corrisponde un adeguato dispiegamento dei mezzi. Perché la qualità delle immagini ogni tanto mostra la corda di un tempo di ripresa troppo ristretto. Perché l’equilibrio tra libertà di improvvisare e ambizioni di sceneggiatura non sempre è giustamente calibrato.
Eppure, malgrado i difetti anche tecnici che sono perdonabili in una dimostrazione di lavoro (e guai non ce ne fossero), Oscar alla lezione, nella sua dimensione di appunti al volo su un anno di corso, ha una sincerità che disarma e un rispetto del lavoro dell’attore che farebbe bene a tanto nostro cinema.
La lezione, quindi, è stata appresa. Ed è questo l’Oscar che ogni docente vorrebbe avere a fine corso.


(Oscar alla lezione); Regia: Marco Serra Degani; sceneggiatura: Marco Serra Degani, Fulvio Wetzl; fotografia: Riccardo De Felice; montaggio: Fulvio Wetzl; interpreti: Amato D’Auria, Petra Giommarelli, Rocco Baldassini, Ivano Marescotti, Mariantonietta Mazzeo; produzione: W&B di Fulvio Wetzl; origine: Italia, 2018; durata 65’
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