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Prove per un Requiem

Prove per un Requiem non è, come verrebbe da pensare a tutta prima, un semplice sequel del precedente Omicidi in si minore.
Del sequel gli manca, infatti, da una parte, la standardizzazione della formula e, dall’altra, il bisogno di implementare la carica spettacolare degli eventi narrati nell’esigenza di riportare su scenari inusuali un’affabulazione che rischierebbe di arenarsi nelle sabbi del déjà vu.
O meglio standardizzazione della formula e implementazione spettacolare sono, in questo romanzo, ricondotti a un superiore bisogno di complessità narrativa.
Se da un lato, infatti, il moltiplicarsi dei delitti (più di quelli sperimentati nel romanzo precedente) e lo spostamento dell’azione in quel di Vienna, vasta metropoli assai più complessa della precedente Cluj, sembrano rispettare il bisogno di blandire le aspettative del lettore seriale in cerca di nuove emozioni su un identico schema, la nuova organizzazione delle dinamiche attanziali dei vari personaggi messi in campo spinge il romanzo verso una radicale revisione strutturale e di genere.

Ma procediamo con ordine: Omicidi in si minore era un romanzo di genere che gradualmente si rimodulava sotto gli occhi del lettore passando dal giallo al thriller al noirProve per un Requiem sembra, invece, orientato più verso quest’ultimo, forte anche dell’ambientazione per lo più notturna e metropolitana.
Verso il genere lo spinge anche la nuova rimodulazione psicologica del personaggio principale che, annientato dalla morte dell’amata Helena, tende verso una frattura schizofrenica decisamente patologica che lo avvicina ai personaggi disillusi e malati che popolano libri e pellicole noir.
Persa la bussola di un comportamento tendenzialmente virtuoso (per quanto dibattuto tra i rimorsi dettati dal fatto che i colpevoli che riusciva a consegnare alla legge erano per questo condannati a morte), Ljudevit finisce per dibattersi tra il desiderio di un’impossibile vendetta e il bisogno tutto razionale e intellettuale di sconfiggere il serial killer sul suo stesso terreno, vincendo una partita che può solo finire (e ce lo dice già il titolo) con la morte di uno dei due contendenti.

Ed è proprio il nuovo modo di percepire la contesa da parte del protagonista a definire l’originalità dell’approccio di Davide Bottiglieri a questo secondo capitolo di quella che si appresta a diventare una trilogia che sarà, nelle intenzioni editoriali, conclusa non con un ennesimo sequel, ma con un prequel, secondo uno schema cronologico di uscite, anch’esso spiazzante.
Se in Omicidi in si minore, infatti, il gioco del gatto col topo ingaggiato dall’assassino nei confronti del detective si distendeva nei tempi ampi di una detection ancora tradizionale, in Prove per un Requiem esso viene ricondotto alla sua dimensione più basica: quella di una mera partita a dama in cui ogni personaggio incontrato nel percorso narrativo è pedina.
Il gioco dei delitti passa quindi in secondo piano rispetto all’acquisizione di un’abilità strategica da parte del protagonista che si comincia a confrontare da pari a pari con la sua nemesi che, in fondo, altro non è che il suo riflesso speculare, ma di colore opposto. Di qui la dinamica nuova del gioco che comporta anche la capacità di sacrificare dei pezzi importanti in vista della possibilità di acquisire una posizione di vantaggio nelle fasi successive del gioco. Ed ecco che improvvisamente la narrazione lascia sottotraccia gli approfondimenti psicologici e gli ultimi residui di una dinamica romanzesca ancora legata ai modelli ottocenteschi (del giallo come dell’horror) per dare spazio alle sole traiettorie di gioco della partita. In questo modo tutta la trama è ricondotta alla capacità dei due contendenti di stringere alleanze, di costruire intorno agli eventi schemi di personaggi un contro l’altro armati in un un continuo cambiamento di funzioni che vede spesso aiutanti trasformarsi in oppositori e in cui ognuno caccia e ognuno è cacciato.

Una metafora narrativa assai consapevole dal momento che sin dalle prime pagine di Omicidi in si minore Ljudevit aveva cercato di capire, senza riuscirci, le regole di un gioco da scacchiera in cui Sir Wordswarth era particolarmente abile. Una metafora che diventa davvero brillante nella definizione dei sue personaggi “sotterranei” (e per questo legati all’idea di una riemersione inconscia dell’incubo dell’illegalità e del lato più oscuro dello stesso Ljudevit) che in Omicidi è maschile (L’Uditore), mentre in Prove è specularmente femminile (Zherneboh). Ma soprattutto un’apertura del romanzo a un contesto che nel precedente volume era solo accennato e che qui diventa invece centrale: la dinamica del gioco di ruolo, vera e propria categoria interpretativa necessaria per comprendere appieno i motivi per cui Prove per un Requiem è un romanzo innovativo rispetto al precedente Omicidi in si minore.

Ne consegue un totale cambiamento dell’orizzonte stilistico e anche strutturale del romanzo.
Resta fermo, rispetto al capitolo precedente, l’aggancio alla suggestione musicale qui esplicitata nel riferimento alla messa da Requiem lasciata incompiuta da Mozart (la cui composizione si arresta, come l’opera di Bottiglieri, alla prime otto battute del Lacrimosa). Questa volta, però, la successione degli eventi segue un ritmo narrativo decisamente più incalzante, amplificato dalla propensione a chiudere moltissimi capitoli con cliffhanger che spingono il lettore a proseguire la narrazione in un ipnotico vorticoso gorgo di eventi.
Anche lo stile muta, sia pur non radicalmente come è giusto che sia, a favore di un fraseggio più serrato in cui diminuiscono in misura abbastanza significativa le subordinate e l’aggettivazione si fa meno sontuosa e avvolgente. Il ritmo narrativo più rapido non comporta però una diminuzione delle informazioni. Semmai Prove per un Requiem è un romanzo più complesso che prende corpo in meno pagine rispetto al precedente, senza per questo rinunciare a sequenze descrittive e a momenti di grande suggestione atmosferica. Nel complesso ne giova l’azione, sostenuta da un ricorso più massiccio di sequenze dialogiche, laddove nel primo romanzo era l’osservazione del protagonista a farla da padrona.

Il tutto sostenuto da un arditissimo gioco di riferimenti interni, molti dei quali sfuggiranno ai lettori ansiosi di arrivare alla fine, ma che stanno dentro a uno studio attento della cabala ebraica e dei tarocchi che, e anche qui sta un motivo di originalità, portano il romanzo verso una costruzione geometrica che per certi aspetti sembra quasi flirtare con le logiche di certo Nouveau Roman anche se il riferimento più diretto resta quello della letteratura pulp.
Insomma, Prove per un Requiem ci sembra un romanzo più riuscito e maturo del precedente. Un testo meno innocente di quanto non appaia a tutta prima e ricco di intriganti spunti di riflessione, oltre che maledettamente appassionante.


Autore: Davide Bottiglieri
TitoloProve per un Requiem
Editore: Les Flâneurs Edizioni
Dati: 256 pp., brossurato con alette
Anno: 2018
Prezzo: 16,00 €
Isbn: 978-8894990485
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