Somiglia, il nostro 25 aprile, a quello dei monacelli dell’episodio romagnolo di Paisà.
Nell’economia complessiva  del capolavoro del 1946, questo breve segmento rappresenta un momento di necessario rallentamento del ritmo dell’azione, quasi un’oasi all’interno del rigoroso crescendo di drammaticità che dalla cupa e chiusa tragedia del racconto siciliano, passando per l’animata e vivace descrizione della realtà napoletana, giunge sino alle più intense situazioni romane e fiorentine.
Se il film aumenta la sua carica drammatica man mano che si avanza verso nord e man mano che le linee nemiche si fanno più vicine, il racconto di un episodio apparentemente marginale (un gruppo di monaci che ospita i liberatori americani e non sa bene cosa fare dal momento che uno di loro è ebreo e l’altro protestante) sembra assolvere prima di tutto al bisogno di dar fiato a uno spettatore che guarda in diretta la Storia nel suo farsi.
Eppure, l’entrata nel monastero di frati francescani, segna nell’economia complessiva del succedersi degli episodi, un momento di drastica inversione di tendenza e il racconto, aderendo al vissuto di questi personaggi che hanno solo potuto contemplare l’orrore del conflitto dalla posizione discosta di chi ha comunque scelto un’esistenza appartata e ritirata, obbliga l’intera narrazione a rallentare e trovare tempi più contemplativi e dilatati.
Le prime inquadrature dell’episodio sono esattamente all’insegna di questo cambio di registro.
La prima è un totale del monastero ripreso dall’alto. L’edificio è immerso nel verde di una natura del tutto indifferente al rumore delle mitragliatrici, dei mortai e della guerra in corso.
Segue, con una dissolvenza leggera, un’inquadratura più ravvicinata raccordata in asse alla precedente.
Conclude questo graduale e immersivo movimento di avvicinamento, l’inquadratura di un monaco che, affacciato alla finestra contempla a distanza gli esiti della battaglia.
L’unico, in fondo, di tutto il monastero, perché le inquadrature successive mostrano altri monaci, questa volta nel chiuso dell’edificio mentre sono intenti nelle loro occupazioni quotidiane, che sentono sì il rumore delle esplosioni e ne rimangano turbati, ma non per questo sospendono la loro attività. Tra questi i primi due sono un frate che spazza le scale dell’altare della chiesa e un altro monaco che sta nel suo studio, intento a leggere un libro.
L’inquadratura successiva riprende nuovamente il campo lungo del monastero, ma questa volta lo spazio sonoro è dominato dalle campane che suonano a festa. La battaglia è finita, gli alleati hanno vinto e ora c’è spazio solo per festeggiare la fine della guerra, almeno per quelle zone travagliate che sono state liberate.
Il gesto narrativo rosselliniano è qui squisitamente ellittico e lascia alla libera interpretazione dello spettatore il compito di tirare le somme di quello che deve essere successo tra uno stacco di montaggio e l’altro.

Somiglia, il nostro 25 aprile al loro – si diceva – perché come i monaci francescani del film, anche noi, in realtà siamo chiusi nel nostro microcosmo mentre fuori dilaga una guerra invisibile. Anche noi sentiamo della Storia, appena il cannoneggiare lontano e minaccioso. Ci colpisce, ha colpito e ancora colpirà, ma per la maggior parte di noi questa tragedia del coronavirus, che non ci sarà mai dato di sapere quanto grande, resta una cosa vissuta in diretta e da lontano. E la paura che ci coglie, in queste considerazioni è renderci conto della possibilità che quando la linea del fuoco sarà passata, quando i rumori si saranno fatti distanti all’orizzonti, noi, esattamente come i monaci del capolavoro rosselliniano, si torni, in fondo, a fare quel che si faceva prima. Nel film, infatti, dopo l’allegro scampanare della fine di una guerra passata oltre come un’onda di piena, si consuma il ritorno quasi invariato delle inquadrature del monaco che spazza e dell’altro che legge che sanciscono in maniera inequivocabile come la realtà di questi monaci sia rimasta quasi non toccata dalla guerra. Un’evidenza talmente indiscutibile che il successivo dettaglio della lettera che il secondo monaco sta scrivendo, indirizzata al padre provinciale, nella quale dichiara che fortunatamente il convento non ha sofferto troppo, appare quasi superflua e didascalica.

Possibile che dopo la guerra si possa ritornare allo status quo? Possibile che alla corsa al cambiamento dell’onda che si infrange sulla costa, possa esserci solo la risacca del nullo di fatto? Possibile che dopo i proclami che hanno sbandierato ai quattro venti che tutto era destinato ad andar bene, e dopo l’ansia del volerci riabbracciare tutti, qui, adesso, subito, si possa ritornare alla solitudine videloudica dei telefonini e degli smartphone?

In fondo, se si guarda a chi è al governo e all’opposizione oggi si ha l’impressione che l’apologo rosselliniano abbia colto nel segno più del dovuto.
Settantacinque anni sono passati dai giorni in cui i giovani sceglievano di morire piuttosto che continuare ad essere come erano stati in fondo sino al giorno prima, eppure c’è oggi che mina i valori della costituzione e chi invoca la fine di celebrazioni di una festività (il 25 aprile, appunto) indicata adesso come divisiva. C’è che proclama gli stessi ideali di “prima noi e poi, se avanza (e state certi che no), gli altri” del fascismo e c’è addirittura chi invoca il suo diritto di sputare in faccia a un sopravvissuto di Auschwitz se ha l’ardire di affermare che i campi di sterminio ci sono stati veramente.
Come per i monacelli, anche per noi, la guerra è passata e in troppi hanno ripreso come niente fosse a spazzare scale o leggere giornali. E c’è da scommetterci che quando finiranno i cannoneggiamenti del virus (c’è da sperare presto) noi si tornerà felici ai ristoranti ad aggiornare stati sul telefonino in attesa dei piatti o ad andare al cinema nelle sole giornate che affollano pubblico all’ennesimo cinecomic americano.
Come per i monacelli, anche per noi, la tragedia non avrà insegnato che non si possono tagliare i posti letto per rincorrere risparmi in vista di altri possibili guadagni. E c’è da scommettere che presto (speriamo presto, ma speriamo anche non troppo presto) la nostra evasione fiscale tornerà meno alta della nostra richiesta gridata ai quattro venti dai politici più populisti, dei servizi che quei soldi persi dallo stato avrebbero potuto garantirci.

In fondo c’è sempre andato bene così. Altrimenti avremmo trovato un modo per cambiare, un partito diverso da fondare e da votare.
Ma poi la proiezione di Paisà va avanti e noi si vede che quella comunità di monacelli, alla fine qualcosa la fa: un gesto piccolo, che non cambia il mondo, che nemmeno lo migliora, che è solo una goccia nel mare o una foglia strappata al ramo dalla brezza, ma è qualcosa, forse l’unico qualcosa possibile. Un qualcosa fatto in refettorio, mica sui balconi (parola tanto simile a barconi che non dovremmo poterla pronunciare senza provare almeno un poco di vergogna), eppure un qualcosa che, anche se fa sentir ridicoli, anche nella consapevolezza che è gesto così piccolo che non può cambiare il mondo, e forse nemmeno noi stessi, è qualcosa che va fatto. Loro l’hanno fatto.
Perché per noi, invece, sembra essere così tanto difficile?